È vasto quattro chilometri il fronte della frana di Niscemi, il paese in provincia di Caltanissetta che da fine gennaio 2026 sta facendo i conti con la terra che sprofonda e continua a muoversi. Il crollo, innescato dal passaggio del ciclone Harry, ha già costretto oltre 1.500 persone ad abbandonare le proprie case: molti degli sfollati, secondo quanto dichiarato dal capo della Protezione Civile Fabio Ciciliano, non potranno più farvi ritorno. Interi quartieri — Sante Croci, Pirillo, Canalicchio — sono off limits, tre strade di accesso su quattro risultano impraticabili, cinque scuole sono chiuse. I danni complessivi del ciclone in Sicilia sono stimati tra 741 milioni e 1,5 miliardi di euro.

Non è una fatalità. La frana di Niscemi ha una storia lunga secoli, con episodi già documentati nel 1790 e un evento quasi identico nel 1997, quando franò lo stesso versante, negli stessi quartieri, causando centinaia di sfollati e la demolizione di 48 abitazioni. Le mappe della Protezione Civile regionale classificano l’area come a rischio molto elevato di dissesto geomorfologico da anni. Quella voragine oggi è lì e fa impressione, ma farla diventare un simbolo non aiuta gli abitanti sfollati dalle proprie case, né è di conforto a chi in tutto il Sud Italia fa i conti con la devastazione dello stesso ciclone.

Niscemi frana, e tutto il Sud Italia lotta contro un evento estremo senza avere nessuna colpa se non quella di trovarsi geograficamente più esposto alla furia di un Mediterraneo che si riscalda sempre di più. Non è tempo di simboli né di esercizi retorici: è il fallimento concreto di un sistema che ignora da decenni le strategie di prevenzione e adattamento, mettendole in fondo alla lista delle priorità mentre insegue altri fronti — quelli militari, non quelli reali.

Il disastro non è naturale. È la rovina di un sistema costruito su esclusione sociale e disuguaglianze, aggravato stavolta da un atteggiamento meschinamente anti-meridionalista che ha provato a relegare quanto sta accadendo in un angolo buio dell’agenda mediatica e politica. Harry non è un colpo del destino, e il vuoto aperto a Niscemi è prima di tutto una voragine politica — oggi solo maledettamente più visibile.