La giustizia climatica

Equa protezione dagli impatti climatici tra individui, comunità e Stati; equa distribuzione delle responsabilità dell’emergenza climatica tra i Paesi in virtù del loro contributo storico alle emissioni; eliminazione immediata delle cause dell’emergenza climatica: queste in sostanza le richieste portate avanti da cittadini, gruppi e associazioni per la giustizia climatica. 

I cambiamenti climatici non sono solamente un problema ambientale, ma soprattutto una questione sociale, politica ed etica, in quanto mettono a repentaglio il godimento di una serie di diritti, in primis quello alla vita e alla salute, e colpiscono tutti ma non tutti allo stesso modo. Il riscaldamento globale e le sue conseguenze porteranno e stanno già portando ad impatti disastrosi a tutte le latitudini e longitudini del pianeta, ma a geometrie variabili. Spesso infatti, i  Paesi e le comunità maggiormente colpiti sono quelli meno industrializzati, che hanno contribuito meno alle emissioni clima-alteranti e che sono al contempo più impreparati a farvi fronte.

I movimenti per la giustizia climatica chiedono, a livello internazionale come a livello dei singoli Stati, il rispetto dei diritti umani e collettivi, l’uguaglianza tra i popoli e le generazioni, e il riconoscimento delle responsabilità storiche per l’emergenza climatica.

Uno degli strumenti sempre più diffusamente utilizzati dalle realtà impegnate sul fronte della giustizia climatica è quello legale.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un ricorso sempre più significativo ed efficace a strategie legali volte a stabilire la responsabilità in materia climatica delle autorità statali, chiamate in causa dalla cittadinanza per correggere i fallimenti e l’inerzia dei governi nel contrasto al cambiamento climatico e nella tutela dei diritti fondamentali. Facendo leva sul ricorso ad azioni in giustizia, il movimento mondiale di giustizia climatica è impegnato da anni nel promuovere una rivoluzione del quadro giuridico normativo e la democratizzazione del processo decisionale pubblico in materia di contrasto al riscaldamento globale. Giudizio Universale si annovera tra le più di 1500 azioni contenziose in ambito climatico promosse in tutto il mondo, di cui illustriamo le più significative:

PAESI BASSI – URGENDA

La causa promossa dalla fondazione Urgenda contro il governo olandese è la prima al mondo in cui la cittadinanza è riuscita a stabilire con successo, tramite il ricorso alla giustizia, l’esistenza di un obbligo legale che impone allo Stato di prevenire cambiamenti climatici pericolosi. Il 24 giugno 2015, la Corte distrettuale dell’Aia ha rilevato che il governo è tenuto ad esercitare un dovere di diligenza effettivo nei confronti della società, riducendo il livello nazionale di emissioni di gas serra di almeno il 25% entro la fine del 2020 (rispetto ai livelli del 1990). In conformità al consenso scientifico internazionale, tale misura di riduzione è stata considerata dalla Corte come il minimo necessario affinché il governo contribuisca a mitigare il cambiamento climatico e consequenzialmente a tutelare diritti fondamentali della cittadinanza. Confermata in appello nel 2018, la Corte Suprema dei Paesi Bassi ha ugualmente rilevato l’inerzia dello Stato, consacrando la responsabilità climatica del governo olandese nella sua sentenza definitiva del 20 dicembre 2019. La massima autorità giudicante del paese ha in effetti constatato che il riscaldamento globale e le sue disastrose conseguenze climatiche comportano già (e comporteranno in modo sempre più esponenziale) una violazione sistemica dei nostri diritti fondamentali. In virtù dei doveri che gli sono attribuiti nel sistema costituzionale, lo Stato è pertanto tenuto ad agire drasticamente al fine di prevenire ripercussioni gravi e irreversibili per il benessere comune: il ritardo nell’adottare soluzioni significative di riduzione delle emissioni è da considerarsi illegale, in violazione del dovere di protezione dei diritti umani che incombe sulle autorità pubbliche. 

La sentenza ha imposto al governo di intraprendere immediatamente un’azione più efficace in ambito di contrasto al cambiamento climatico. Tra le numerose misure adottate per conformarsi alla decisione, l’esecutivo olandese ha scelto di ridurre la capacità delle centrali di carbone, una delle principali fonti climalteranti della nazione, e di investire sulle energie rinnovabili, avviando al contempo programmi di sostegno ai cittadini volti ad incentivare il livello nazionale di efficienza energetica. Scopri di più qui.  

FRANCIA – L’AFFAIRE DU SIÈCLE 

Nel 2019, le organizzazioni all’origine dell’iniziativa L’Affaire du Siècle (Notre Affaire à Tous, Oxfam France, Fondation pour la Nature et l’Homme e Greenpeace France) hanno intentato la prima causa collettiva volta a condannare l’inadempienza climatica dello Stato francese. Il ricorso contesta l’inazione dello Stato in ambito di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Con più di 2,3 milioni di firme, la petizione online a sostegno dell’azione legale è rapidamente diventata la più sostenuta nella storia del paese, ponendo la crisi climatica al centro del dibattito pubblico e consolidando il ruolo proattivo della cittadinanza nel contrasto al riscaldamento globale. Con una sentenza senza precedenti del 3 febbraio 2021, il Tribunale Amministrativo di Parigi ha riconosciuto per la prima volta la responsabilità dello Stato francese dinanzi all’emergenza climatica, constatando la carenza delle autorità pubbliche e la natura illecita del mancato rispetto degli impegni adottati per ridurre le emissioni di gas a effetto serra. Nel pronunciare la condanna dello Stato, il Tribunale ha dato ampio peso alla scienza climatica, rilevando che le emissioni generate in violazione degli impegni presi continueranno a perturbare l’equilibrio atmosferico per centinaia di anni, contribuendo così ad aggravare le conseguenze nefaste del cambiamento climatico. Inoltre, il giudice amministrativo ha ritenuto che il mancato rispetto degli obiettivi climatici prefissati ostacoli il perseguimento della difesa dei diritti e degli interessi collettivi promossi dalle associazioni ricorrenti, impegnate nella protezione dei diritti umani e dell’ambiente. Ha perciò garantito loro anche un risarcimento simbolico.

Qualora nei prossimi mesi lo Stato non riesca a giustificare le proprie incoerenze nella strategia nazionale di riduzione delle emissioni, il tribunale potrà direttamente intimare al governo di rimediare alle carenze del suo operato. Scopri di più qui

GERMANIALUISA NEUBAUER E ALTRI 

Nel 2019, nove attivisti di età compresa tra i 15 e i 32 anni hanno impugnato la legge federale sulla protezione del clima dinanzi alla Corte costituzionale federale del paese. In vigore dal 18 dicembre 2019, la legge (che ha stabilito un obiettivo di riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030) è stata ritenuta poco efficace per arginare l’emergenza climatica e proteggere il loro diritto a un futuro sostenibile: in virtù della giovane età, l’aspettativa di vita degli attori si estende fino alla seconda metà del 21° secolo, periodo in cui si prevede che gli effetti del riscaldamento globale raggiungeranno un’intensità molto maggiore di quanto non avvenga già oggi. Con una decisione storica del 29 Aprile 2021, i giudici hanno accolto le richieste dei giovani e stabilito l’incostituzionalità delle misure contestate, identificandone in particolare l’incompatibilità con il loro diritto fondamentale alla libertà: la Corte ha stabilito all’unanimità che la protezione del sistema climatico rappresenta un dovere costituzionale che lo Stato è tenuto ad ottemperare con diligenza. I giudici hanno esposto che, in futuro, la gravità dello stato di emergenza climatica sarà tale per cui, al fine di ridurre le emissioni e arginare le conseguenze nefaste del clima che cambia, si renderà probabilmente sempre più necessario legittimare sacrifici e restrizioni significative alle libertà personali. Per la massima autorità costituzionale, la legislazione climatica impugnata è pertanto iniqua, in quanto ha il difetto di temporeggiare e rimandare la maggior parte degli sforzi di riduzione delle emissioni a dopo il 2030. A causa di questa carenza, l’onere della transizione climatica si trova di fatto irragionevolmente posticipato nel futuro, sulle spalle delle generazioni più giovani che si vedranno pertanto esposte maggiormente alle restrizioni del diritto alla libertà. 

Al fine di conformarsi alla decisione della Corte costituzionale, il governo tedesco ha celermente rivisto al rialzo la strategia nazionale di mitigazione, proponendo un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni del 65% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990) e anticipando l’obiettivo della neutralità climatica al 2045, ovvero cinque anni prima rispetto a quanto era stato stabilito nel precedente piano di mitigazione. Scopri di più qui.

IRLANDAFRIENDS OF THE IRISH ENVIRONMENT 

Nel 2017, l’organizzazione Friends of the Irish Environment (FIE) ha promosso un importante contenzioso climatico nei confronti del governo irlandese, sostenendo l’illegalità del Piano Nazionale di Mitigazione, uno strumento legislativo programmatico volto a pianificare la rotta per la transizione ecologica del paese. In particolare, FIE ha fatto leva sugli impegni climatici adottati dal governo (tra cui l’adesione ai report scientifici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, che sottolineano l’imperativo di riduzione delle emissioni, e la ratificazione dell’Accordo di Parigi) per denunciare l’inconsistenza del Piano Nazionale, ritenuto particolarmente inadeguato nel garantire una rapida riduzione delle emissioni climalteranti. Il 31 luglio 2020, la Corte Suprema irlandese ha invalidato il Piano Nazionale di Mitigazione, constatando che il governo non aveva sufficientemente specificato come intendesse implementare concretamente la transizione verso un’economia decarbonizzata, climaticamente resiliente e sostenibile entro la fine del 2050. La Corte Suprema ha in effetti rilevato l’inadeguatezza dell’operato del governo, responsabile di aver promosso un piano di contrasto al cambiamento climatico eccessivamente vago, astratto e incompleto, in violazione di quanto richiesto dalla legislazione vigente. La decisione pone inoltre l’accento sulla mancanza di trasparenza e sull’impossibilità della cittadinanza di informarsi sulle strategie adottate dalle autorità pubbliche, lasciando nell’ombra la tutela effettiva dell’interesse comune dinanzi alle conseguenze del riscaldamento globale. 

In seguito a tale sentenza storica, il governo è stato tenuto a rivedere la propria strategia e a lavorare ad un nuovo piano che si conformi agli obblighi climatici nazionali e internazionali dell’Irlanda. Scopri di più qui.

COLOMBIA – DE JUSTICIA 

Nel 2018, 25 giovani attivisti hanno intentato un’azione legale nei confronti delle autorità pubbliche nazionali, tra cui lo stesso governo colombiano e svariate entità locali. I ricorrenti hanno denunciato l’incapacità del governo nel ridurre significativamente la deforestazione dell’Amazzonia entro il 2020, di fatto esacerbando il cambiamento climatico e ledendo, in particolare, il loro diritto fondamentale a un ambiente sano, alla vita, alla salute, al cibo e all’acqua. Nell’aprile 2018, la Corte Suprema della Colombia si è pronunciata a favore dei ricorrenti, riconoscendo il legame fra cambiamento climatico e lesione dei diritti fondamentali, rilevando che la tutela effettiva della vita, della salute, della libertà e della dignità umana è sostanzialmente determinata dalla preservazione dell’ambiente e degli ecosistemi. La massima autorità giudicante del paese ha inoltre riconosciuto l’Amazzonia colombiana come “soggetto di diritti”, rafforzando il dovere dello Stato di preservare e conservare l’integrità naturale dell’ecosistema amazzonico. 

La Corte ha dunque ordinato al governo di formulare e attuare piani d’azione concreti per arginare la deforestazione in Amazzonia e contribuire così a limitare il riscaldamento globale. Scopri di più qui.