Il 7 gennaio 2026 Donald Trump ha firmato un memorandum presidenziale che ordina il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali — 35 non legate all’ONU, 31 appartenenti al sistema delle Nazioni Unite. Tra queste, oltre alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC, la cornice del 1992 su cui poggia anche l’Accordo di Parigi), c’è l’IPCC — il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il principale organismo scientifico mondiale che sintetizza la ricerca sul riscaldamento globale per governi e negoziati internazionali.

Non è solo una mossa diplomatica. È una dichiarazione di guerra al clima che ritira, insieme alla presenza politica, anche il contributo scientifico e i dati di uno dei più grandi produttori di conoscenza climatica al mondo. Lo segnala anche Riccardo Valentini, docente di ecologia forestale all’Università della Tuscia e autore di report IPCC sull’impatto globale dei cambiamenti climatici — tra i primi scienziati italiani coinvolti nel Gruppo, insignito nel 2007 del Nobel per la Pace come membro collettivo dell’IPCC. Come ha spiegato su Wired, l’assenza degli Stati Uniti diventa essa stessa una forma di influenza politica: indebolisce la capacità della comunità scientifica internazionale di generare e condividere conoscenza affidabile su clima, atmosfera e oceani. Un passo indietro che rischia di lasciare il mondo con meno dati concreti proprio mentre il clima cambia più velocemente di quanto possiamo permetterci.

La Trumpexit dal clima si inserisce in una raffica più ampia di ritiri e congedi dal mondo della ricerca e dalle comunità internazionali che dovrebbero garantire passi avanti nella lotta alla povertà, all’inquinamento e alle disuguaglianze — dall’OMS all’UNESCO, dal Fondo ONU per la Popolazione all’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili. Il segretario di Stato Marco Rubio ha giustificato la scelta accusando queste organizzazioni di promuovere un’ideologia progressista distaccata dagli interessi nazionali statunitensi.

Il rischio ora è un effetto domino: che altri Stati seguano la stessa politica di abbandono degli accordi internazionali, sfilacciando ulteriormente una cooperazione climatica già fragile dopo l’esito deludente della COP30. Uno scenario da scongiurare con le energie della società civile, con una mobilitazione permanente e con la lotta contro chi crede di possedere il pianeta.