Ottobre 2025 ha segnato un altro allarme climatico. Con una temperatura media globale di 15,14°C, è stato il terzo ottobre più caldo mai registrato — appena 0,16°C sotto il record assoluto del 2023 — superando di 0,70°C la media del trentennio 1991-2020 e di 1,55°C quella preindustriale: il primo mese a tornare sopra la soglia di 1,5°C dopo aprile dello stesso anno. Lo certificano i dati di Copernicus, il servizio di osservazione della Terra dell’Unione Europea.

Le regioni polari hanno registrato gli scarti più marcati, in particolare il nord-est del Canada, l’Oceano Artico centrale e l’Antartide orientale. In Europa la temperatura media è stata di 10,19°C, 0,60°C sopra la norma: un valore alto ma non da record — l’ottobre europeo non è entrato tra i dieci più caldi mai registrati sul continente. Gli scarti positivi più marcati hanno colpito la Penisola Iberica meridionale e l’area finno-scandinava, mentre il sud-est Europa ha visto temperature sotto la media.

Questi numeri, uniti al bilancio dell’intero 2025 — chiuso come terzo anno più caldo di sempre, dietro il record del 2024 — collocano la media triennale 2023-2025 sopra la soglia di 1,5°C per la prima volta nella storia delle rilevazioni strumentali. Non è ancora il superamento permanente previsto dall’Accordo di Parigi, ma un segnale che la comunità scientifica legge come inequivocabile: solo l’azzeramento delle emissioni di gas serra può evitare che questo overshooting diventi definitivo.

Quei dati, diffusi mentre a Belém era in corso la COP30, avrebbero dovuto pesare sui negoziati. Il vertice si è chiuso il 22 novembre 2025 con la cosiddetta Global Mutirão Decision: un accordo che impegna i Paesi a triplicare la finanza climatica per l’adattamento entro il 2035, fino a 1.300 miliardi di dollari l’anno, ma che non contiene alcuna roadmap vincolante per l’uscita dai combustibili fossili. Su questo fronte è rimasto solo un impegno volontario, sottoscritto da un gruppo di oltre 80 Paesi, a confrontarsi ulteriormente nel corso del 2026. Il segretario generale dell’ONU Guterres lo ha definito un passo avanti reale ma insufficiente: «Il divario tra dove siamo e ciò che la scienza richiede resta pericolosamente ampio».

La risposta alla domanda che ci ponevamo mentre i “grandi della terra” erano ancora a Belém, insomma, la conosciamo già: la diplomazia climatica non ha mantenuto l’impegno di un vero abbandono dell’economia fossile. Ha rinviato la decisione, ancora una volta, a un tavolo futuro. Le temperature, nel frattempo, non aspettano.