Dal 10 al 21 novembre saremo a Belém, in Brasile, per partecipare come osservatorə alla 30ª Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima. Non ci andiamo per fiducia nella diplomazia climatica. Ci andiamo per raccontare quello che succede dentro le negoziazioni e, soprattutto, quello che succede fuori — nelle piazze, nei territori, nelle alleanze che si costruiscono lontano dai tavoli ufficiali.

Sul tavolo, formalmente, ci sono gli NDCs, i nuovi impegni climatici nazionali che ogni Paese deve presentare per fissare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni. C’è l’adattamento, con il Global Goal on Adaptation e i nuovi piani nazionali. E c’è la finanza climatica, il nodo che da anni blocca ogni negoziato: il nuovo obiettivo di finanziamento (NCQG) punta a portare il sostegno ai Paesi del Sud globale da 100 a 300 miliardi di dollari l’anno, mentre la Roadmap Baku-Belém prova a tracciare un percorso per mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035. Cifre enormi sulla carta, che si scontrano con uno scenario geopolitico ostile — negazionismo climatico, corsa al riarmo, venti di guerra, violenza istituzionale contro chi difende i territori. In gioco, più che mai, c’è la credibilità stessa della diplomazia climatica: la sua capacità, o incapacità, di trasformare le intenzioni in impegni vincolanti.

Che questa COP si tenga nel cuore dell’Amazzonia, a Belém do Pará, non è un dettaglio geografico. È una scelta politica. È nel Sud globale che l’ingiustizia climatica colpisce più duramente, mentre il Nord globale continua a negoziare emissioni e interessi fossili da una posizione di relativa sicurezza. A Belém non si decide solo il futuro del clima: si decide chi avrà diritto a un futuro.

Andiamo per osservare da vicino i negoziati e capire quali equilibri di potere si stanno ridefinendo — ma soprattutto per portare la prospettiva dei territori e dei movimenti che chiedono giustizia climatica, e per raccontarla con uno sguardo indipendente e critico. La partecipazione di A Sud serve a connettere le lotte locali con quelle globali, rafforzando alleanze che in America Latina si giocano ogni giorno su conflitti ambientali, estrattivismo e repressione: dalla Colombia alla Bolivia, fino all’Amazzonia stessa, con realtà con cui costruiamo ponti da anni.

Parallelamente ai negoziati ufficiali, dal 12 al 16 novembre si terrà la Cúpula dos Povos, il grande incontro dei movimenti sociali e delle comunità che la crisi climatica la vivono in prima linea. Nata nel 1992 come risposta critica ai vertici istituzionali, la Cúpula riunisce popoli indigeni, comunità quilombola e tradizionali, giovani e lavoratorə in marce, dibattiti e azioni culturali, mettendo al centro vite, diritti e territori — non statistiche.

Probabilmente sarà l’ennesimo flop diplomatico. Ma è proprio per questo che dobbiamo esserci: per non lasciare quei tavoli alle lobby fossili e ai governi che parlano di transizione mentre continuano a trivellare. Da dentro si vedono meglio le dinamiche, le crepe, le possibilità reali di alleanza e di conflitto. La COP non è un punto d’arrivo. È un passaggio. Il resto si costruisce fuori, insieme, ogni giorno.

 

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