Le banche finanziano il collasso climatico: 869 miliardi di dollari al fossile in un anno
Dietro la facciata degli impegni green, le banche continuano a versare miliardi nel fossile, alimentando le stesse industrie che devastano territori, comunità e clima. Non è una percezione: è quello che certifica ogni anno il rapporto Banking on Climate Chaos, che monitora istituto per istituto i finanziamenti delle 65 maggiori banche del mondo al settore fossile. L’edizione 2025 — pubblicata da una coalizione di ong tra cui Rainforest Action Network, BankTrack, Oil Change International, Reclaim Finance e Sierra Club — parla chiaro: nel 2024, mentre la crisi climatica era ormai conclamata, i finanziamenti fossili sono saliti a 869 miliardi di dollari, 162 miliardi in più rispetto al 2023. Un’inversione di rotta rispetto al trend in calo registrato dal 2021.
Le banche non estraggono petrolio né bruciano gas. Ma senza i loro prestiti e le loro sottoscrizioni, nuove trivelle, gasdotti e terminali non potrebbero esistere. Il dato cumulato dal 2016, anno di entrata in vigore dell’Accordo di Parigi, arriva a 7.900 miliardi di dollari: circa tre volte e mezzo il PIL italiano. Oltre due terzi delle banche monitorate — 48 su 65 — hanno aumentato la propria esposizione fossile tra il 2023 e il 2024. In testa alla classifica, come ogni anno, tre banche statunitensi: JPMorgan Chase con 53,5 miliardi di dollari, Bank of America con 46 miliardi, Citigroup con 44,7 miliardi.
Anche i finanziamenti destinati specificamente all’espansione della produzione fossile — nuovi giacimenti, nuove infrastrutture — sono cresciuti, arrivando a 429 miliardi di dollari, un aumento di oltre 84 miliardi in un solo anno. Succede mentre l’Agenzia Internazionale per l’Energia ripete da anni che gli scenari di transizione compatibili con gli accordi climatici non prevedono alcuna espansione della produzione fossile.
L’Italia non fa eccezione, con dinamiche opposte tra i suoi due istituti principali: Unicredit ha aumentato i propri investimenti fossili di 186 milioni di dollari tra il 2023 e il 2024, mentre Intesa Sanpaolo li ha ridotti di 656 milioni. Un segnale minimo, che non cambia il quadro complessivo di un sistema bancario che, come notano le organizzazioni che curano il rapporto, ha ormai superato la fase del greenwashing: non finge nemmeno più di impegnarsi.
Ora la battaglia per la giustizia climatica entra nel cuore del sistema: la finanza. Non basta fermare chi trivella — serve colpire anche chi firma i prestiti che rendono possibile la trivellazione. Chi finanzia la crisi climatica ne è responsabile quanto chi la produce direttamente sul territorio. È tempo di fermare il denaro che alimenta il collasso, di pretendere regole vincolanti e trasparenza reale sui portafogli di investimento.
PDF del report: https://www.bankingonclimatechaos.org/wp-content/uploads/2025/06/BOCC_2025_FINAL4.pdf
Sito interattivo con i dati esplorabili: https://www.bankingonclimatechaos.org/bankingonclimatechaos2025/