Il nuovo report Banking on Climate Chaos fotografa un sistema bancario che, nonostante guerre, crisi energetiche e catastrofi climatiche, continua a foraggiare l’industria fossile. E lo fa sempre di più.
C’è chi in questi anni ha imparato a leggere le guerre come opportunità di mercato. Il rapporto Banking on Climate Chaos 2026 — pubblicato da una coalizione internazionale che include Rainforest Action Network, BankTrack, Indigenous Environmental Network, Oil Change International, Reclaim Finance, Sierra Club, Urgewald e CEED — lo dimostra con una precisione impietosa: nel 2025 le 65 banche più grandi del mondo hanno destinato 906 miliardi di dollari al finanziamento dell’industria fossile, +64 miliardi rispetto al 2024, +7,6% in un solo anno. Dal 2016, anno successivo all’Accordo di Parigi, il totale sale a 8.700 miliardi di dollari. Una cifra che, se investita nella transizione energetica, avrebbe potuto renderci più sicur*, più equ* e meno esposte agli choc geopolitici che stiamo vivendo.
Un’epoca di instabilità fossile — e chi ci guadagna
Il 2026 verrà ricordato come l’anno della guerra Stati Uniti-Israele contro l’Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz: secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la più grande interruzione dell’offerta petrolifera della storia recente. Un quinto della fornitura mondiale di metano è saltato quasi da un giorno all’altro, i prezzi del gas sono raddoppiati in Europa, l’inflazione energetica ha colpito duramente le famiglie e le economie più fragili — dalle Filippine al Bangladesh, dall’Egitto al Vietnam, dove si sono registrati razionamenti di benzina, chiusure di università, code ai distributori.
Chi ci guadagna? Uno studio citato nel report mostra che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 10% più ricco della popolazione statunitense ha incassato l’84% dei sovraprofitti dell’industria oil&gas, mentre il 50% più povero ne ha ricevuto appena lo 0,7%. Le famiglie bianche — il 64% della popolazione studiata — si sono prese quasi il 90% dei profitti da shock energetico, contro l’1,4% delle famiglie nere. Non è un effetto collaterale: è la logica stessa di un sistema che trasforma l’instabilità in rendita per pochi e in impoverimento strutturale per la maggioranza. Il caso studio più emblematico è quello di Venture Global, colosso statunitense del GNL: dopo l’attacco all’Iran, i suoi due fondatori-azionisti hanno visto la propria ricchezza personale crescere di 16 miliardi di dollari in un mese. “Continuano a essere salvati dalle guerre”, ha commentato senza mezzi termini un analista del settore energetico citato nel report.
Chi finanzia il disastro: la “Sporca Dozzina”
Il report introduce quest’anno un dataset ampliato (“BOCC+”) che copre quasi 2.000 banche a livello globale, e il quadro che emerge è quello di un oligopolio ristretto. Solo 12 banche — la “Sporca Dozzina” — controllano il 38,5% di tutto il finanziamento fossile mondiale. In testa, per il quindicesimo anno consecutivo, JPMorgan Chase, con 58,2 miliardi di dollari solo nel 2025 (+12,5% sul 2024). Seguono Bank of America, Mitsubishi UFJ, Mizuho, Citigroup, Wells Fargo, Royal Bank of Canada, Barclays, SMBC, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Toronto-Dominion Bank.
Sul fronte opposto, dieci sole aziende fossili — tra cui il colosso dei gasdotti Enbridge, la petrolifera Saudi Aramco e la già citata Venture Global — hanno assorbito quasi il 13% di tutti i finanziamenti bancari fossili dal 2021. Un sistema sempre più concentrato, sia tra chi presta sia tra chi prende in prestito: una manciata di istituti finanziari e di multinazionali che decide, di fatto, la traiettoria energetica dell’intero pianeta.
L’espansione fossile accelera: +27% in un anno
Il dato più allarmante riguarda forse il finanziamento all’espansione fossile — nuovi giacimenti, nuovi terminal GNL, nuove miniere di carbone: 508 miliardi di dollari nel 2025, +108 miliardi rispetto al 2024 (+27,1%). Ogni dollaro investito in nuova capacità fossile blocca decenni di emissioni future, di inquinamento locale, di rischio di stranded assets.
Particolarmente inquietante è la crescita del finanziamento al midstream — gasdotti, terminal di stoccaggio, impianti GNL — che nel 2025 è aumentato dell’83,8% negli Stati Uniti. Solo 5 banche su 65 hanno politiche che escludono il finanziamento a nuovi terminal di esportazione GNL. Un vuoto normativo enorme, mentre ogni nuovo terminale — vincolato a contratti di fornitura di 15-20 anni — blocca paesi esportatori e importatori in un’infrastruttura fossile ben oltre gli obiettivi climatici del 2050.
Anche il carbone, nonostante il calo della sua quota nella generazione elettrica globale, registra un’impennata: +40% il finanziamento all’espansione delle centrali a carbone, quasi +77% quello alle miniere, trainato per l’83-87% da banche cinesi.
Politiche climatiche in ritirata
Il report documenta il terzo anno consecutivo di arretramento nelle politiche climatiche bancarie. Il crollo della Net-Zero Banking Alliance, cessata le attività nell’ottobre 2025, ha tolto ogni freno residuo. Wells Fargo ha abbandonato in blocco i propri obiettivi di riduzione delle emissioni; RBC e Scotiabank hanno cancellato i target 2030; Santander ha diluito i propri impegni, alzando la soglia di temperatura di riferimento da 1,5°C a 1,7°C. JPMorgan Chase e Goldman Sachs hanno smantellato le proprie esclusioni sul carbone e sull’estrazione artica, riducendole a semplici “processi di due diligence” — un eufemismo per dire: nessun vincolo reale.
Negli Stati Uniti, la pressione politica dell’amministrazione Trump — con ordini esecutivi che impongono alle aziende, incluse quelle finanziarie, di continuare a servire gli interessi fossili ignorando i rischi materiali — ha fornito una copertura politica comoda per questo arretramento generalizzato.
Solo 34 banche su 65 mantengono ancora una politica settoriale su oil & gas; erano di più l’anno scorso. Il messaggio è chiaro: gli impegni volontari non funzionano, e non funzioneranno mai, perché il settore bancario non ha alcun incentivo strutturale a fermarsi da solo.
Perché questo ci riguarda
Non è un problema lontano, confinato a Wall Street o alla City di Londra. È un sistema che attraversa le nostre vite quotidiane: nelle bollette che esplodono, nei conflitti che si moltiplicano ai margini delle filiere estrattive, nelle comunità indigene sfollate per far posto a nuovi gasdotti, nei territori — come quelli che A Sud segue da anni, dal Mediterraneo alle periferie romane — dove il modello estrattivista scarica i propri costi su chi meno ha contribuito a crearlo.
Il rapporto stesso lo dice con chiarezza: le banche non sono attori neutrali in questa nuova epoca di instabilità fossile. Finanziano attivamente l’espansione, caricano il sistema di debito, e scommettono — letteralmente — sul fatto che l’instabilità geopolitica continuerà a generare profitti. È lo stesso schema che troviamo dietro le campagne di Follow the Fossil Fuels e di Make Polluters Pay: chi inquina, chi specula, chi finanzia deve pagare. Non domani. Ora.
Il rapporto completo è disponibile su BankingonClimateChaos.org.