Giudizio Universale chiede di anticipare l’udienza: «Le alluvioni non aspettano i tempi della giustizia»
Posticipare gli effetti della crisi climatica è impossibile. Per questo, come ricorrenti e promotorə di Giudizio Universale, abbiamo depositato un’istanza per chiedere l’anticipazione dell’udienza davanti alla Corte d’Appello di Roma. La richiesta arriva dopo che la Corte ha fissato al 21 ottobre 2026 l’udienza di rimessione in decisione della causa — la prima azione legale in Italia contro lo Stato per inazione climatica, avviata nel 2021 da A Sud insieme a oltre 200 tra organizzazioni, cittadinə e minori rappresentatə dai genitori.
Non vogliamo restare in questo stallo. Le richieste del nostro contenzioso non possono finire sospese in un tempo che non è quello della crisi climatica: mentre attendiamo una sentenza in secondo grado, gli eventi estremi continuano a moltiplicarsi sul territorio, e le politiche climatiche del governo Meloni restano inadeguate ad affrontarli. Se il Paese non è pronto a gestire alluvioni, ondate di calore e incendi sempre più frequenti, la responsabilità è di chi ha scelto di restare legato ai poteri fossili invece di investire in prevenzione e transizione.
L’istanza di anticipazione si appoggia anche a un contesto giuridico profondamente cambiato rispetto a quando la causa è partita. Nel luglio 2025 le Sezioni Unite della Cassazione hanno riconosciuto per la prima volta la giurisdizione dei tribunali italiani su una causa climatica contro un’azienda privata e i suoi azionisti pubblici — il caso Eni promosso da Greenpeace e ReCommon. Nello stesso periodo la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha stabilito che la mancata adozione di misure adeguate per ridurre le emissioni può costituire un illecito internazionale. Due pronunce che rafforzano la fondatezza delle nostre richieste e rendono ancora meno giustificabile un’ulteriore attesa.
Se siamo in tribunale non è per un gesto simbolico. La nostra causa serve a decarbonizzare ogni discorso legato ai piani energetici e di sviluppo del Paese, non a certificare un principio astratto. Restare impantanatə nelle aule di giustizia, in attesa di una sentenza che arriverebbe solo nella primavera del 2027, sarebbe un regalo ai colossi del carbone, del petrolio e del gas — che nel frattempo continuano a operare indisturbati, protetti dai tempi della burocrazia giudiziaria.
La Corte d’Appello deve pronunciarsi in tempi compatibili con un’effettiva tutela dei diritti umani e della terra. Una decisione tardiva rischia di compromettere la finestra temporale ancora disponibile per un vero cambio di rotta nelle politiche climatiche italiane. I giudici possono anche dirci di aspettare e vederci in tribunale a fine 2026: le alluvioni, i nubifragi e le ondate di calore non seguiranno di certo gli stessi tempi.