La mente umana è affetta dal vizio della memoria breve, ma davanti alle dichiarazioni di Donald Trump risulta ormai difficile dirsi sorprese. Gli schemi sono gli stessi del primo mandato: negazionismo climatico e vecchi nemici. Al discorso pronunciato dal presidente USA davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 23 settembre scorso, in cui ha definito il cambiamento climatico “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, resta da opporre l’esasperazione per ogni singola parola pronunciata quel giorno — e i fatti.

A smentire quella retorica, pochi giorni prima, era arrivato un report della National Academies of Sciences, Engineering and Medicine, la più autorevole istituzione scientifica statunitense. Il documento, pubblicato il 17 settembre 2025 su richiesta dell’Environmental Protection Agency, conferma che il cambiamento climatico è causato dalle emissioni prodotte dalle attività umane e dalla combustione dei materiali fossili, e afferma che le prove del danno alla salute pubblica vanno “al di là della controversia scientifica”. Il report nasce come risposta diretta al tentativo dell’amministrazione Trump di revocare l’Endangerment Finding del 2009, la determinazione su cui si fonda gran parte della regolamentazione federale sulle emissioni: secondo gli scienziati, quella determinazione “si è dimostrata accurata nel tempo ed è oggi rafforzata da prove ancora più solide”.

Il tycoon evidentemente non crede nemmeno ai propri occhi. Gli Stati Uniti bruciano e annegano per colpa di decine di eventi climatici estremi che si abbattono sul territorio ogni anno. Solo nel 2024 si sono registrati 568 morti e 182 miliardi di dollari di danni legati a catastrofi climatiche. Davanti a questo quadro, il presidente di uno dei Paesi storicamente più responsabili delle emissioni globali punta il dito contro il nemico di sempre: la Cina.

Ciò che Trump ignora — o finge di ignorare — è che la Cina si trova in una posizione nettamente migliore degli Stati Uniti in termini di emissioni pro capite, e che sta facendo progressi concreti sul fronte delle energie rinnovabili, superando con anni di anticipo gli obiettivi che si era fissata internamente. Ridurre il confronto climatico a una gara identitaria contro un avversario geopolitico serve a spostare l’attenzione da un dato scomodo: il negazionismo, oggi, non è più solo una posizione ideologica minoritaria, è la linea ufficiale della più grande potenza economica del pianeta.

In un panorama internazionale già segnato da questa disillusione, qualcosa però si muove sul fronte della giustizia climatica. Dove non arrivano il diritto internazionale e la buona volontà politica, arrivano lə cittadinə e le cause legali contro gli Stati per inazione climatica. E alla sbarra, in questo scenario, c’è anche l’Italia.