In Islanda una targa ricorda il primo ghiacciaio morto per il clima
In Islanda occidentale, su una roccia a 1.114 metri di quota, una targa di rame ricorda qualcosa che non c’è più. Il ghiacciaio Okjökull ricopriva il vulcano Ok da secoli, con oltre 15 chilometri quadrati di estensione e 50 metri di spessore. Nel 2014 il glaciologo islandese Oddur Sigurðsson lo ha dichiarato ufficialmente morto: si era assottigliato al punto da non potersi più muovere sotto il proprio peso, la condizione minima perché una massa di ghiaccio sia classificata come ghiacciaio. Al suo posto, oggi, c’è un lago.
La sua scomparsa è diventata un caso internazionale grazie a due antropologi della Rice University, Cymene Howe e Dominic Boyer, che nel 2018 gli hanno dedicato il documentario “Not Ok”. L’anno seguente, il 18 agosto 2019, hanno organizzato quello che nessun ghiacciaio aveva mai avuto prima: un funerale. Alla cerimonia hanno partecipato scienziatə islandesi e statunitensi insieme a residenti della zona.
Il testo inciso sulla targa, intitolato “Lettera al futuro”, porta la firma dello scrittore islandese Andri Snær Magnason: «Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere il proprio status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni ci si aspetta che tutti i nostri ghiacciai principali facciano la stessa fine. Questo monumento è la testimonianza del fatto che sappiamo cosa sta succedendo e cosa dobbiamo fare. Solo voi saprete se ci siamo riusciti.» In calce compare una sola cifra, senza commento: 415 ppm di CO2, la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera registrata in quel momento.
Non è un monumento pensato per il lutto. È una data e una firma messe agli atti, un promemoria che non lascia spazio all’alibi dell’ignoranza: lo sapevamo, ed è scritto su una roccia.