Cosa ha fatto l’Italia per proteggere la popolazione dagli effetti delle ondate di calore? Quali politiche ha adottato per evitare i danni degli eventi estremi? L’esondazione del torrente Frejus a Bardonecchia, i ricoveri ospedalieri e i decessi per il caldo, gli incendi in Sicilia, le alluvioni in Emilia-Romagna contengono le risposte. Non sono anomalie meteorologiche isolate: sono l’esito misurabile di una scelta politica. L’Italia ha scelto di non agire, e ne paga le conseguenze chi ci vive.
Con Giudizio Universale, la campagna promossa da A Sud insieme a oltre 200 tra organizzazioni, cittadinə e minori, chiediamo che lo Stato italiano venga riconosciuto responsabile per inadempienza climatica. Non è una richiesta simbolica. È la conseguenza diretta di un impegno disatteso: gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima restano insufficienti rispetto a quanto la scienza indica come necessario per restare dentro l’Accordo di Parigi.
Due pronunce recenti rafforzano la fondatezza di questa causa. Il 21 luglio 2025 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno riconosciuto la giurisdizione del Tribunale di Roma nella causa promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadinə contro Eni, Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti: per la prima volta in Italia un giudice ordinario potrà valutare nel merito la responsabilità di un’azienda fossile e dei suoi azionisti pubblici per i danni da cambiamento climatico. Nello stesso periodo la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha stabilito che la mancata adozione di misure adeguate per ridurre le emissioni può costituire un illecito internazionale, aprendo la strada a contenziosi tra Stati per danno climatico. Due tasselli distinti, la stessa direzione: la responsabilità climatica smette di essere un principio astratto e diventa materia giudicabile.
In questo quadro, il ritardo della giustizia italiana pesa ancora di più. La Corte d’Appello di Roma ha fissato al 21 ottobre 2026 l’udienza che dovrebbe portare alla decisione finale su Giudizio Universale: sommando i tempi tecnici, la sentenza non arriverà prima della primavera 2027. Sei anni dopo l’avvio della causa, mentre gli eventi estremi che la causa denuncia si moltiplicano sul territorio, il tribunale prende ancora tempo.
Nel frattempo l’Italia resta senza un piano di adattamento climatico all’altezza dei fenomeni che continueremo ad affrontare. Le politiche energetiche restano legate ai combustibili fossili, e il governo Meloni continua a liquidare come “ideologia green” chi si oppone a questo modello — mentre cresce la criminalizzazione dell’attivismo ambientale nei tribunali, non della sua causa.
Non vogliamo aspettare la prossima ondata di calore. Non vogliamo il resoconto del prossimo bollettino. Non vogliamo contare i danni. Vogliamo una condanna, e la vogliamo adesso.