[21.10.20 – di Cecilia Erba] Se lo scoppio della pandemia ha portato al rinvio di molti appuntamenti della governance internazionale in campo climatico, in primis dell’annuale Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite (la COP 26), che si sarebbe dovuta tenere a novembre ed è stata rimandata di un intero anno, non si è invece interrotto il dibattito europeo rispetto ai nuovi obiettivi e politiche dell’Unione, secondo le tappe delineate nella roadmap del Green Deal presentato dalla Commissione alla fine dello scorso anno così come dall’Accordo di Parigi del 2015.

Quali sono quindi gli ultimi sviluppi?

Entro la fine del 2020 l’Unione Europea, così come tutte le altre Parti dell’Accordo, deve presentare l’aggiornamento del proprio contributo interno (NDC) al raggiungimento dell’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto di +2°C rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per non superare i +1.5°C. Il 5 marzo il Consiglio Europeo ha inviato all’UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici sotto l’egida della quale è stato stipulato l’Accordo di Parigi) la strategia di lungo termine dell’UE, che prevede il raggiungimento della neutralità climatica nel continente (quindi come somma degli sforzi degli Stati Membri, ma non in ogni singolo Paese) entro il 2050.

Neutralità climatica significa che le emissioni dell’Unione Europea dovranno equivalere alle capacità di riassorbimento di gas serra dall’atmosfera, e che quindi il bilancio netto tra emissioni e assorbimenti sia pari a zero. Di fatto, questo obiettivo equivale a quanto, secondo il Rapporto Speciale dell’IPCC pubblicato nel 2018, è necessario raggiungere a livello globale per restare entro i limiti degli 1,5°C, senza tenere conto però delle maggiori responsabilità storiche dell’Unione Europea nell’aver causato il riscaldamento globale, così come delle capacità economiche e tecnologiche più avanzate che potrebbero innescare una transizione rapida. Una strategia che quindi non risulta, come millantato, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che nello stesso preambolo si richiama ai principi di equità, delle responsabilità comuni ma differenziate e delle diverse capacità tra i Paesi.
Ma andiamo con ordine.
All’Unione Europea manca ora da definire la strategia attraverso la quale raggiungerà il proprio (insufficiente) obiettivo di lungo termine. Questa è la parte più spinosa del dibattito, perché se il 2050 è (erroneamente) percepito come un traguardo molto lontano, è invece sul rialzo dell’ambizione dei target di riduzione delle emissioni nel 2030 che c’è più disaccordo tra gli Stati Membri. A settembre la Commissione Europea ha presentato la propria proposta, appoggiando un aumento dell’attuale obiettivo, che prevede nel 2030 un taglio del 40% delle emissioni europee rispetto al 1990, al -55%.
Secondo la Commissione, è cruciale rafforzare fin da subito l’ambizione delle politiche europee e non continuare a posticipare l’azione per il clima, per tre motivazioni principali: perché in alcuni settori, come quello dei trasporti, dell’agricoltura e degli edifici, è più difficile ridurre le emissioni e quindi è necessario iniziare da subito; per il rischio che le decisioni in campo legislativo ed economico prese nel corso del prossimo decennio e soprattutto per facilitare la ripresa post-covid, se non ben orientate, potrebbero intrappolarci in investimenti e progetti altamente intensivi in termini di emissioni; perché è fondamentale muoversi fin da subito, quando ancora ci sono diverse opzioni tra cui scegliere, invece che aspettare che sia troppo tardi.
L’analisi della Commissione mostra inoltre come in generale l’azione in campo climatico porterebbe dei benefici a tutti i Paesi e all’intera popolazione europea, in termini di benessere e qualità della vita ma anche aumento dei posti di lavoro e diminuzione delle diseguaglianze.
In questo senso è stato ancora più ambizioso il Parlamento Europeo, che nella sessione plenaria di inizio ottobre ha votato un emendamento alla proposta di Legge sul Clima Europea (European Climate Law) presentata dalla Commissione a marzo. Il Parlamento ha appoggiato infatti un obiettivo di riduzione delle emissioni nel 2030 del 60% rispetto al 1990, che rappresenta un passo in più, anche se è ancora lontano da quello che dovrebbe essere il contributo equo dell’Unione Europea al mantenimento del riscaldamento globale entro i limiti dei +1.5°C (ma anche dei 2°C), che secondo l’analisi di Climate Action Tracker implicherebbe il raggiungimento della neutralità delle emissioni già nel 2030.
Ancora più importante comunque del singolo obiettivo, è il fatto che, nell’emendamento approvato dal Parlamento, si esplicita la necessità di rivedere i target europei sulla base del principio di equità e di una logica di budget di gas serra globale (greenhouse gas budget), definito come la quantità massima di emissioni di gas serra consentite per restare al di sotto di una certa soglia di riscaldamento globale. Secondo il Parlamento, sarebbe necessario definire, in termini equi, quanta parte del budget di emissioni rimanente, compatibile con uno scenario di innalzamento delle temperature medie globali di non oltre +1,5°C, spetterebbe all’Unione Europea, e sulla base di questo determinare le politiche e gli obiettivi.
Altre richieste avanzate dal Parlamento sono la definizione di un obiettivo al 2040, come step intermedio necessario per monitorare l’avanzamento nella strategia di lungo termine, e l’eliminazione di tutti i sussidi ai combustibili fossili il prima possibile e al più tardi entro il 2025.
Infine, per il Parlamento l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 non deve essere raggiunto solo a livello di Unione, ma anche in ognuno dei singoli Stati Membri, il che porterebbe di fatto l’UE ad avere già emissioni negative nel 2050 (assorbimenti maggiori delle emissioni) e a sorpassare l’attuale impegno verso l’UNFCCC.
Il Parlamento ha richiesto alla Commissione Europea di presentare una valutazione delle proprie proposte per il target del 2030 entro il 2021.
Nel frattempo, tuttavia, spetta ai capi di Stato e di governo l’ultima parola sulla revisione finale dell’NDC che l’Unione Europea deve inviare all’UNFCCC entro la fine del 2020, comprendendo anche il nuovo obiettivo al 2030. Attualmente, la proposta discussa rimane quella della Commissione, sulla quale i rappresentanti degli Stati Membri voteranno durante il Consiglio Europeo di dicembre, e che già viene tacciata da alcuni Paesi come troppo ambiziosa.
In conclusione, se in qualsiasi caso l’Unione Europea potrà decidere anche successivamente di rafforzare il proprio obiettivo interno, la mancata adozione nell’anno cruciale del 2020 di una strategia realmente basata su principi di equità e di responsabilità e che tenga conto delle raccomandazioni della comunità scientifica invia un segnale negativo a livello internazionale.
Se infatti anche l’Unione Europea, autoproclamatasi paladina dell’azione per il clima, è restia ad adottare misure ambiziose e controcorrente per porre un freno alla crisi climatica, risulta difficile aspettarsi che altri Paesi facciano altrettanto nel processo di revisione dei propri contributi nell’ambito dell’Accordo di Parigi.