Dopo due anni di stallo, il 21 ottobre 2026 la Corte d’Appello di Roma esaminerà il caso Giudizio Universale, la prima causa climatica intentata contro lo Stato italiano per aver scelto di esporre la popolazione e il territorio alle conseguenze del cambiamento climatico.Promossa da A Sud insieme a 200 ricorrenti e 24 associazioni, la causa rappresenta uno strumento per obbligare lo Stato a ridurre le emissioni di gas serra e a spezzare i legami con le lobby oil&gas che impediscono l’abbandono dei fossili e una giusta transizione ecologica.

Cosa chiedono i ricorrenti

L’atto di citazione depositato al Tribunale civile di Roma costruisce un ragionamento giuridico che tiene insieme le evidenze scientifiche, gli impegni che l’Italia ha assunto a livello internazionale ed europeo, e i diritti fondamentali che la Costituzione e le Carte dei diritti riconoscono a ogni persona.

I ricorrenti sostengono che le acquisizioni scientifiche condivise, proprio perché non controverse, vincolano gli Stati e diventano il parametro con cui valutare la loro condotta. E lo Stato risulta inadempiente: non ha fatto abbastanza per ridurre l’impatto degli eventi climatici estremi, delle ondate di calore e di tutti i fenomeni innescati dalla crisi climatica.

Le proiezioni citate dai legali dei ricorrenti indicano per il Paese aumenti di temperatura tra +1,8 e +3,1 °C entro fine secolo, almeno il 20% del territorio a rischio di desertificazione, coste esposte a erosione e inondazioni, e centinaia di eventi estremi in dieci anni. A sostegno di questi dati ci sono due rapporti di Climate Analytics, uno sugli impatti climatici in Italia e uno sugli scenari di riduzione delle emissioni.

Ci sono poi gli impegni presi nelle sedi internazionali, come l’Accordo di Parigi del 2015, che fissa l’obiettivo di contenere il riscaldamento entro 1,5 °C e comunque ben al di sotto dei 2 °C. A questi si aggiungono le norme dell’Unione europea, a partire dall’articolo 191 del Trattato sul funzionamento dell’UE e dal Regolamento (UE) 2018/1999. 

L’atto di citazione sostiene che l’azione climatica dell’Italia non è in linea con questi obblighi, né con il principio di equità che ne deriva, il cosiddetto fair share: il contributo che ciascun Paese deve dare tenendo conto delle proprie responsabilità storiche e delle proprie capacità tecnologiche e finanziarie.

Diritto  a un clima stabile e sicuro

Ci sono poi i diritti lesi. Il cambiamento climatico mette a rischio la vita, la salute, l’alimentazione, l’acqua, l’abitazione, la vita familiare. I ricorrenti chiedono di riconoscere il diritto umano a un clima stabile e sicuro, che offre una protezione ulteriore a tutti i diritti che dipendono dalle condizioni climatiche. Sul piano normativo l’atto richiama gli articoli 2 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, gli articoli 2 e 32 della Costituzione e gli articoli 2043 e 2051 del Codice civile, da cui discende la responsabilità dello Stato.

Per questo la causa non ha valore simbolico: chiede un cambiamento concreto delle politiche pubbliche. In particolare, i ricorrenti domandano di dichiarare lo Stato responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica e di condannarlo a ridurre le emissioni del 92% entro il 2030 rispetto al 1990.

Tutto questo nel processo di primo grado non è stato esaminato. Dopo più di due anni e mezzo di udienze e migliaia di pagine di documentazione, con la sentenza del 26 febbraio 2024 il Tribunale civile di Roma ha dichiarato la domanda inammissibile per difetto assoluto di giurisdizione, senza entrare nel merito. Secondo il Tribunale di Roma, in Italia non esisterebbe un giudice a cui rivolgersi per ottenere tutela da questo tipo di inadempienza. 

Una scelta che stride con l’oggetto stesso della causa e che segna una distanza netta da altri Paesi europei, dove contenziosi simili a Giudizio Universale si sono conclusi con sentenze di accoglimento.

Pur riconoscendo l’urgenza di affrontare la crisi climatica, il giudice di Roma ha sentenziato che non esistono sedi giuridiche dove rivolgersi in caso di danni subiti e di diritti negati. Oltre a essere contraddittoria, questa posizione è in contrasto con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Anche se il Tribunale di Roma ha scelto di chiudere la porta ai ricorrenti del contenzioso, bisogna tenere conto del cambio di scenario avvenuto con il caso Eni. Con una decisione pubblicata il 21 luglio 2025, le Sezioni Unite della Cassazione hanno dato ragione a Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadine e cittadini che avevano portato in tribunale Eni, il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti con la “Giusta Causa”. La Corte ha escluso che in questa materia si possa invocare un “difetto assoluto di giurisdizione“, cioè l’idea che nessun giudice italiano possa decidere sulle cause climatiche.

Eni aveva sostenuto proprio questo, richiamando come precedente Giudizio Universale. La Cassazione ha aggiunto che un contenzioso climatico non è un’invasione delle competenze politiche del legislatore o delle aziende.

Intanto, fuori dalle aule di giustizia, la crisi climatica fa capire in ogni modo che non c’è tempo per altri rinvii o indecisioni. Il rapporto European State of the Climate 2025, realizzato da Copernicus e dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM), segnala che almeno il 95% dell’Europa ha registrato nel 2025 temperature annue superiori alla media. 

L’Italia, al centro del Mediterraneo, porta i segni di questo innalzamento delle temperature. Secondo uno studio dell’ISGlobal di Barcellona, nell’estate 2024 l’Italia è stata il Paese europeo con più decessi legati al caldo, oltre 19.000 su un totale europeo di 62.775.

Le città continuano a diventare fornaci, la siccità mette in ginocchio l’agricoltura e alcune regioni, come l’Emilia-Romagna e la Toscana, non fanno in tempo a togliere il fango che subito si ritrovano alluvionate e con migliaia di cittadini senza casa. 

Dall’apertura della causa a oggi la comunità scientifica ha consegnato ulteriori elementi che confermano il ruolo di questa climate litigation: uno strumento per stimolare politiche pubbliche più ambiziose. Il rapporto Limiting Overshoot, pubblicato il 2 settembre 2026 dal Programma ONU per l’ambiente (UNEP), conclude che la temperatura globale è destinata a oltrepassare 1,5 °C, con ogni probabilità nel giro di pochi anni. Non è una resa. Lo stesso rapporto sostiene che si può ancora tornare in linea con gli obiettivi di lungo periodo dell’Accordo di Parigi, ma servono tagli importanti delle emissioni, una forte crescita della rimozione di carbonio e un’azione urgente sull’adattamento.

“Il Tribunale di Roma ha chiuso la causa senza esaminarla, sostenendo che per i danni da crisi climatica non esistesse un giudice. È una conclusione che oggi non regge più. La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza KlimaSeniorinnen, ha riconosciuto che l’inazione climatica degli Stati viola l’articolo 8 della Convenzione. Le Sezioni Unite della Cassazione, nel luglio 2025, hanno escluso che in questa materia si possa invocare il difetto assoluto di giurisdizione. Non chiediamo ai giudici di fare politica. Chiediamo di verificare se lo Stato abbia rispettato obblighi giuridici precisi e misurabili, che ha sottoscritto. Su questo la Corte d’Appello può e deve pronunciarsi”.

Luca Saltalamacchia, legale di Giudizio Universale

Per questo ogni grado di giudizio conta. Ogni parola utilizzata per la prossima sentenza può contribuire a spostare in avanti il dibattito pubblico sul clima, purtroppo ancora inquinato dal negazionismo e da idee complottiste sul riscaldamento globale, spesso diffuse e riprese dalla destra di governo.

“Cinque giorni prima dell’udienza ci sarà un nuovo sciopero per il clima, con manifestazioni in tutte le principali città italiane. Dai Fridays for Future a Ultima Generazione ed Extinction Rebellion, tornano in piazza attiviste e attivisti che troppo spesso vengono colpiti da Daspo urbani, denunce e procedimenti penali, la cui unica colpa è averci ricordato l’urgenza di agire. Il 21 ottobre, sul banco degli imputati ci sarà qualcun altro: lo Stato. E dovrà prendersi le sue responsabilità”. 

Marica Di Pierri, portavoce di A Sud

 

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