“La finestra per rimanere al di sotto dei 1,5° C di aumento della temperatura si sta chiudendo”, ha annunciato il presidente della COP26 Alok Sharma durante l’evento presidenziale “Responding to the IPCC report: Keeping 1.5° C Alive” del 9 novembre alla COP26.

Per fare ciò, l’IPCC sollecita tutti gli stati e le istituzioni a raggiungere un livello di emissioni nette zero entro il 2050. Nell’accordo di Parigi del 2015, infatti, i Paesi firmatari si sono impegnati a raggiungere un obiettivo di aumento massimo della temperatura di 2 °C entro fine secolo, cercando però di impegnarsi a restare quanto più possibile al di sotto degli 1,5° C.

Un impegno ribadito anche nella bozza di conclusioni della COP26. Tuttavia anche mantenendo questo livello sottolinea il presidente Sharma “700 milioni di persone in più in tutto il mondo dovranno affrontare ondate di caldo estremo, con 2°C questo numero salirebbe a 2.2 miliardi di persone”.

Uno scenario preoccupante che è legato in parte anche al tipo di meccanismo che gli Stati della Convenzione hanno deciso di adottare per raggiungere questo risultato.

“Non c’è alternativa ai 1.5°C – dichiara durante la discussione Laurence Tubiana, CEO della European Climate Foundation e storica promotrice dell’Accordo di Parigi – Per ridurre le emissioni globali e limitare il riscaldamento globale, c’è necessità di un carbon market integro e giusto, che rispetti e ristori la natura invece di continuare a sfruttarla e che ci porti allo zero netto di emissioni”.

Ma che cosa si intende per livello di emissioni nette zero? E cos’è il mercato di carbonio?

L’IPCC ha definito lo “zero netto”, come uno stato in cui le emissioni di CO2 e gas a effetto serra di origine antropica sono bilanciate dalla CO2 che viene rimossa dall’uomo.

Di fatto questo concetto ad oggi è però legato a un meccanismo di compensazione del tutto economico che non ha nulla a che fare con un sistema di limitazione dell’azione umana che punti all’eliminazione dello sfruttamento delle risorse e delle energie.

La compensazione di carbonio, infatti, avviene tramite il finanziamento di progetti di deforestazione o stoccaggio di carbonio, oppure tramite quello che viene chiamato il carbon market, il mercato di carbonio istituito con il Protocollo di Kyoto del 2005.

Il Protocollo consente di ridurre le emissioni di gas a effetto serra attraverso dei meccanismi basati sul mercato, i cosiddetti “Meccanismi Flessibili”. Tra questi c’è il mercato internazionale delle emissioni che fissa un tetto massimo alle emissioni di alcuni gas inquinanti.  Le aziende che per le loro attività emettono questo tipo di gas ricevono una quantità limitata di “carbon credit” o “quote di emissione” a credito.

Ogni quota corrisponde a una autorizzazione a emettere una tonnellata di gas inquinante. Superata la quota scattano le sanzioni. Il sistema consente poi ai Paesi che sono riusciti a ridurre le emissioni, e che non hanno utilizzato tutti i crediti autorizzati, a vendere le quote eccedenti ai Paesi che le hanno esaurite.

Un Paese che non è stato in grado di rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra, può quindi sempre risolvere il problema comprando una sorta di “sconto” sulla percentuale di CO2 emessa da un Paese “più pulito”.

Il mercato di carbonio e i sistemi di compensazione delle emissioni rappresentano quindi un freno all’implementazione di reali politiche di mitigazione che tentino di risolvere il problema alla radice, abbattendo il consumo di fonti fossili.

La critica degli attivisti: non net zero ma real zero

A prendere espressamente posizione contro questo tipo di sistema, sono stati i movimenti e le organizzazioni degli attivisti di tutto il mondo riuniti a Glasgow in un controvertice che si è svolto dal 7 al 10 novembre. Durante uno dei tanti panel di discussione dedicato al “net zero” Dipti Bhatnagar, coordinatrice del programma sulla giustizia climatica di Friends of the Earth International, ha dichiarato che “il net zero e i mercati di carbonio non solo altro che una scusa per i paesi ricchi e per le imprese responsabili della maggior parte delle emissioni globali di continuare a produrre, consumare e emettere senza dover rivedere le loro politiche di riduzione. Inoltre, il sistema di compensazione di emissioni è solo un modo per trasformare la natura in un oggetto economico, da vendere come offset (compensazione) e come quota di mercato del carbonio. Ma sul quali terre e nelle foreste di chi hanno intenzione di farlo?”.

La domanda non è retorica perché fra le popolazioni maggiormente minacciate da questi progetti ci sono i popoli indigeni di tutto il mondo, che da sempre sono gli effettivi protettori dei principali ecosistemi e che giocano un ruolo fondamentale negli equilibri del pianeta. Nonostante siano meno del 5% di tutta l’umanità, infatti, secondo i dati della Banca Mondiale sono i guardiani di più dell’80% della biodiversità del pianeta.

Dr. Pasang Dolma Sherpa, direttore esecutivo del Centro per i Popoli Indigeni sulla Ricerca e lo Sviluppo in Nepal, durante uno degli eventi ufficiali della COP26 ha portato la voce dei popoli indigeni ribadendo che si dovrebbe piuttosto parlare di “real zero” puntando ad un abbattimento completo delle emissioni legate alle risorse fossili senza ricorso a false soluzioni: “Servono soluzioni reali. Per questo dobbiamo essere ascoltati e inclusi nei processi decisionali”.

Da decenni i movimenti per la giustizia climatica e i popoli del Sud del mondo ribadiscono la necessità di lasciare le risorse fossili nel sottosuolo. Ma ad oggi il tema dello stop all’estrazione di risorse fossili continua a rimanere assente dal dibattito dei capi di governo dei paesi presenti alla COP. Lo “zero netto” viene usato come un termine magico risolutivo di tutti i problemi, ma di fatto si tratta di un’illusione retorica, un gioco di prestigio che distrae dall’unica soluzione possibile: l’addio completo alle fonti fossili.