Siamo all’ultimo giorno della Youth4Climate di Milano: il summit giovani dei 400 attivisti per il clima da tutto il mondo il cui scopo è presentare un documento di proposte ai leader globali della Pre-COP26 che avrebbero dovuto ascoltare le loro richieste per poi sottoporle alla Conferenza delle Nazioni Unite per il Clima che si terrà a Glasgow.

Il tutto era stato preparato ad arte perché i giovani attivisti fossero innocui e silenziosi, sorridenti e plaudenti. I 400 rappresentanti erano stati accuratamente selezionati dagli organizzatori (Onu e governo italiano) in base ai loro meriti: e dentro infatti ci si trovano da specialisti di marketing a influencer a giovani imprenditori.

Eppure la situazione è comunque esplosa, alcuni dei 400 hanno voluto creare un tavolo di lavoro “non previsto” sulle fonti fossili, un tema che gli organizzatori credevano meno importante di discussioni su “arte”, “cibo” e “moda”.

Il primo giorno Greta Thunberg a deriso i leader mondiali accusandoli di essere solo dei “bla bla bla”, con Cingolani in ginocchio che tentava goffamente di dare soluzioni paternalistiche su come “essere propositivi” e “offrire soluzioni”.

Poi è stata la volta di Vanessa Nakate (FFF Uganda) che alla plenaria ha ricordato gli effetti dei cambiamenti climatici sui Paesi del Sud del mondo incitato e i 400 «attivisti di governo», che hanno risposto con applausi fragorosi.

Questa mattina la giornata finale è iniziata con l’incontro di Draghi e tre attiviste di Fridays For Future in prefettura: loro hanno chiesto un uscita dal fossile immediata e il rialzo degli obiettivi di riduzione delle emissioni, lui ha risposto con la solita aria d’approvazione.

Poi una parte della delegazione che accompagnava Greta è stata invitata a uscire dalla sede dell’incontro della preCOP per “cori anti-greenwasfhing” considerati fastidiosi.

A quel punto Greta Thunberg per protesta si è rifiutata di parlare con i giornalisti che l’attendevano per la conferenza stampa.

Intanto, fuori dall’edificio c’era tutto il mondo ecologista e politico che non è stato “invitato” ad entrare, che non è stato selezionato dall’Onu e che però ogni giorno combatte sui territori i conflitti ambientali alimentati dalle multinazionali del fossile.

Di questi attivisti il mondo politico non vuole nemmeno sentir parlare. Gli attivisti della Climate Justice Platform sono stati addirittura caricati dalla polizia mentre protestavano fuori dal palazzo del City Hall di Milano.

La rete degli attivisti della Climate Open Platform a cui hanno invece aderito i Fridays, Greenpeace, Unione degli studenti, A Sud e più di altre 120 realtà ha preparato intanto un documento programmatico con soluzioni e proposte precise che sarà pubblicato entro domani: si scende nel dettaglio su temi specifici con proposte concrete su finanza, lavoro, formazione, risorse e diritti umani.

Parole a vuoto forse, ma almeno “parole nostre” senza i filtri pastello dei potenti. Come A Sud e Giudizio Universale ribadiremo l’importanza del riconoscimento del diritto umano al clima e intanto andiamo avanti con la causa del Secolo per incastrare lo Stato alle sue responsabilità e ottenere una normativa che si occupi del rapporto tra diritti umani e cambiamenti climatici.