Il principio delle responsabilità comuni ma differenziate è uno dei pilastri del diritto internazionale ambientale. Costituisce il principio numero 7 della dichiarazione su Ambiente e Sviluppo di Rio, formulata durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi nel 1992 a Rio de Janeiro.

Che cos’è il principio di responsabilità: la storia

“In considerazione del differente contributo al degrado ambientale globale, gli Stati hanno responsabilità comuni ma differenziate. I paesi sviluppati riconoscono la responsabilità che incombe loro nel perseguimento internazionale dello sviluppo sostenibile date le pressioni che le loro società esercitano sull’ambiente globale e le tecnologie e risorse finanziarie di cui dispongono”, si legge nel testo.

Alla Conferenza di Rio venne adottata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici (UNFCCC), un trattato internazionale che promuove una serie di politiche per affrontare a livello globale i cambiamenti climatici. Tra gli obiettivi anche la riduzione dei gas climalteranti. La Convenzione però non è mai stata vincolante. È stato il suo Protocollo aggiuntivo, il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005, a obbligare gli Stati a ridurre le emissioni, riconoscendo il principio delle responsabilità comuni ma differenziate.

Che cos’è rimasto oggi di quel principio: il protocollo di Kyoto

La caratteristica principale del Protocollo, infatti, consiste in una serie di obiettivi vincolanti solo per 37 Paesi industrializzati e per la Comunità europea, cioè i responsabili della gran parte delle emissioni inquinanti. Il Protocollo consente di ridurre le emissioni di gas a effetto serra attraverso dei meccanismi basati sul mercato, i cosiddetti “Meccanismi Flessibili”. Tra questi c’è il mercato internazionale delle emissioni che fissa un tetto massimo alle emissioni di alcuni gas inquinanti.

Le aziende che per le loro attività emettono questo tipo di gas ricevono una quantità limitata di “carbon credit” o “quote di emissione” a credito. Ogni quota corrisponde a una autorizzazione a emettere una tonnellata di gas inquinante. Superata la quota scattano le sanzioni. Il sistema consente poi ai Paesi che sono riusciti a ridurre le emissioni, e che non hanno utilizzato tutti i crediti autorizzati, a vendere le quote eccedenti ai Paesi che le hanno esaurite. Un Paese che non è stato in grado di rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra, può quindi sempre risolvere il problema comprando una sorta di “sconto” sulla percentuale di CO2 emessa da un Paese “più pulito”.

Il principio di responsabilità si è quindi trasformato in una sorta di autorizzazione alla compravendita di quote d’emissione e il suo rapporto con le dichiarazioni di Rio e i valori etici che la ispiravano risulta molto debole. Ad oggi per comprare il diritto a emettere una tonnellata di CO2 bastano 43 euro. Troppo pochi, se rapportati ai costi che dobbiamo sopportare a causa dei cambiamenti climatici. L’unico argine a questa logica potrebbe essere la fissazione di un prezzo di mercato più alto, in modo da “scoraggiare” le aziende a comprare “sconti”, spingendole invece a investire nella riconversione delle proprie produzioni inquinanti.

Possibili soluzioni all’applicazione del principio nel protocollo di Kyoto

Ma “il mercato”, si sa, dipende dall’equilibrio tra domanda e offerta: dal 2008, infatti, il calo delle produzioni industriali in tutto il mondo non ha mai permesso una “domanda” così alta da farne aumentare il prezzo. Senza un sistema di controllo e regolamentazione internazionale, il mercato non è in grado di seguire da solo le logiche dell’etica.

Un’altra soluzione a questo desolante scenario potrebbe essere inoltre un sistema che costringa i Paesi industrializzati a condividere e consentire l’accesso a tecnologie sostenibili e rispettose dell’ambiente ai Paesi in via di sviluppo, che non sono ancora in grado di far fronte ai cambiamenti climatici ma che sono i primi a subirne gli effetti.

Ecco perché i Paesi industrializzati continuano a inquinare

Oggi i Paesi sviluppati sono molto in ritardo sulla riduzione delle emissioni e le promesse annunciate nei vari accordi internazionali non sono state mantenute. Secondo lo studio “Emission Gap 2019” dell’Unep – l’Agenzia per l’Ambiente dell’Onule emissioni sono aumentate con una media dell’1,5% all’anno nell’ultimo decennio, quando invece andrebbero tagliate del 7,6% all’anno dal 2020 al 2030, per contenere entro fine secolo l’aumento medio della temperatura a 1,5 gradi, come previsto dall’Accordo di Parigi. Nel 2018 i primi sei Paesi emettitori di CO2 sono stati responsabili del 67% delle emissioni globali: la Cina (28%, con una crescita del 2,3 rispetto al 2017), Stati Uniti (15%, +2,8% rispetto al 2017), Ue (9%, -2,1%), India (7%, +8%), Russia (5%, con un aumento del 3,9%) e Giappone (3%, con un calo del 2,2%). Costi che, ancora una volta, gravano principalmente sui paesi in via di sviluppo. Secondo il “Global Climate Risk Index” di gennaio 2021, infatti, nel 2019 l’80% dei danni prodotti da eventi climatici avversi, in termini di vittime e danni materiali, si sono registrati nei Paesi a basso reddito.

Agire subito: la prossima occasione è la Cop26

Anche per questo, i Paesi a industrializzazione avanzata, tra cui l’Italia, giocano un ruolo primario nel fermare la crisi climatica. La prossima occasione che i leader mondiali avranno per decidere le prossime azioni di contrasto alla crisi climatica è la COP26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow a novembre: è l’ultima chiamata per pianificare cambiamenti profondi nel sistema economico globale, per abolire l’idea della crescita infinita, rinunciare ai combustibili fossili e limitare il potere degli interessi privati e delle lobby, regolamentando rigidamente le attività economiche e spostando responsabilità e costi della crisi ambientale su chi l’ha creata. Noi ci saremo, dal 29 settembre al 3 ottobre per le mobilitazioni della Climate Open Platform e della Climate Justice Platform, in occasione della pre-Cop di Milano, la riunione preliminare in cui i grandi della Terra si riuniranno per decidere come affrontare la COP 26. Ci saremo per presentare la causa contro lo Stato italiano per inazione climatica che abbiamo lanciato insieme ad altri 200 ricorrenti lo scorso 5 giugno e ci saremo per chiedere di agire subito.