La parola apartheid (letteralmente segregazione, divisione, partizione) è strettamente legata all’esperienza politica di discriminazione perseguita nella Repubblica Sudafricana ai danni degli indigeni.

E ‘stata però utilizzata, in aggiunta all’aggettivo “climaticonel 2019 dal ricercatore Philip Alston, esperto di diritto internazionale e relatore speciale per le Nazioni Unite sulla “povertà estrema”. Secondo l’esperto, infatti, sono i poveri del mondo che rischiano di essere colpiti più duramente dall’aumento delle temperature. I ricchi potranno facilmente proteggersi dalle conseguenze più devastanti del riscaldamento globale, mentre “i poveri” si troveranno senza difese ed esposti.

Per questo il cambiamento climatico si configura come uno dei principali fattori di segregazione del XXI secolo. Le persone in povertà, infatti, che sopportano maggiormente il peso dei cambiamenti climatici, sono responsabili solo del 10% delle emissioni globali (Fonte: UN Report).

La tesi delle del relatore ONU si basa su uno studio del 2019 dell’Università di Stanford sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze (Pnas) che evidenzia come i cambiamenti climatici incidano sul divario tra paesi poveri e ricchi. Gli impatti del riscaldamento globale compromettano non solo i diritti basilari alla vita, all’acqua, al cibo e alla casa per centinaia di milioni di persone, ma anche la democrazia e lo stato di diritto.

Secondo tale studio, nel periodo 1961-2010, le disuguaglianze economiche tra i Paesi si sono accentuate per effetto del riscaldamento globale, con la maggioranza dei Paesi ricchi che è più ricca di quanto sarebbe stata se non ci fosse stato l’aumento delle temperature, mentre per lo stesso motivo la maggior parte dei Paesi poveri è più povera. Nell’arco temporale preso in esame dallo studio, la ricchezza pro capite di questi ultimi si è ridotta del 17-30% a causa del cambiamento climatico.

La riduzione delle emissioni quindi non è più soltanto una questione ambientale, ma una misura necessaria al rispetto dei diritti umani. Anche per questo facciamo causa allo Stato. Vogliamo ricordargli le sue responsabilità e combattere per un futuro più equo e sostenibile.