[di Giudizio Universale] Cinque anni fa 190 stati, tra cui l’UE e i suoi stati membri, firmavano l’Accordo di Parigi, il primo accordo universale e giuridicamente vincolante sui cambiamenti climatici. Il piano d’azione messo in campo per limitare i danni del riscaldamento globale  arriva dopo oltre due decenni dalla sigla della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, atto di riferimento che consacra l’ingresso delle preoccupazioni climatiche nell’agone della politica internazionale

Attraverso l’Accordo, i governi si sono impegnati a mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine, puntando a limitare l’aumento a 1,5°C, considerato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici.

A cinque anni dalla sigla però, poco è cambiato nella pratica e le buone intenzioni formalizzate nell’accordo sembrano essere lontane dal diventare azioni dotate di efficacia contro l’incalzare incessante del climate change. 

Nonostante l’Accordo, infatti, le emissioni continuano a salire: da 50 miliardi di tonnellate del 2015 a circa 55 miliardi di tonnellate nel 2019 (dati: Unep). 

Il 7 dicembre scorso è stato presentato il report annuale di Germanwatch, CAN e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta (in Italia realizzato con la collaborazione di Legambiente). Nel rapporto si prende in considerazione la performance climatica di 57 paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso, che insieme rappresentano circa il 90% delle emissioni globali. Sul podio per le migliori performance climatiche non c’è nessuno: anche quest’anno le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite, in quanto nessuno dei paesi esaminati ha registrato performance tali da potersi considerare realmente efficaci nel contrasto ai cambiamenti climatici.  

Anche l’Italia arretra di una posizione, scendendo al 27° posto rispetto al 26° dello scorso anno. L’arretramento è dovuto in sostanza al rallentamento nello sviluppo delle rinnovabili (31°) e a politiche climatica nazionali considerate nel complesso inadeguate a realizzare gli obiettivi di Parigi. Infatti, il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) prevede un taglio delle emissioni entro il 2030 del 37% rispetto al 1990, con una riduzione media annua, a partire dal 2020, di appena l’1.7%; obiettivo tutt’altro che ambizioso. La scarsità di ambizioni si scontra con prospettive climatiche preoccupanti a livello nazionale. A confermare la pericolosità degli impatti climatici sul territorio del nostro paese ci sono i dati del CMCC Climate, raccolti nel report “Analisi del rischio. I cambiamenti climatici in Italia“. Rispetto alla media globale, nel nostro Paese le temperature stanno aumentando sempre più velocemente: gli effetti sulla popolazione saranno sempre più gravi e collegati alla scarsità delle risorse idriche, all’aumento di fenomeni meteorologici estremi come bombe d’acqua e ondate di calore, all’incremento del livello del mare e al fenomeno dell’erosione costiera, che a cascata si ripercuoteranno negativamente sul rischio idrogeologico e l’accesso alle risorse naturali, sulle condizioni di vita e di salute soprattutto nelle grandi città, sull’economia e in particolare su settori quali quello dell’agricoltura. In questo processo distruttivo è coinvolto il mondo intero: i cambiamenti climatici, oggi e sempre più in futuro, espongono la popolazione a rischi ed effetti che si traducono sempre più frequentemente in ostacoli per la piena tutela dei diritti umani.

La devastazione che la crisi climatica sta causando e continuerà a causare amplificherà le disuguaglianze già esistenti, costringendo migliaia di persone a migrare dal proprio paese d’origine e mettendo a repentaglio la salute la vita stessa e di coloro che vivono in zone già fragili. I suoi effetti continueranno a crescere e a peggiorare nel tempo, creando disagi per le generazioni attuali e future. Questo è il motivo per cui l’incapacità dei governi di agire sul cambiamento climatico di fronte a prove scientifiche schiaccianti rischia di essere la più grande violazione intergenerazionale dei diritti umani nella storia.

Ma non è tutto. A essere a rischio è l’intero sistema Terra. Continuare ad analizzare il problema con una lente antropocentrica non permetterà di risolverlo.  In altre parole, concentrarsi soltanto sugli impatti umani del climate change non è sufficiente per vincere la battaglia. Ad esempio, la salvaguardia della biodiversità costituisce un tassello fondamentale per la sopravvivenza dell’ecosistema. Secondo la Piattaforma Intergovernativa Scienza-Politica sulla Biodiversità e i Servizi Ecosistemici, in tutto il mondo sono a rischio estinzione circa 1 milioni di specie animali e vegetali. Lo stress continuo a cui è sottoposto il pianeta è stato analizzato dalla NASA nel 2016, tramite lo studio Global Human Modifications of Terrestrial System. Lo studio ha permesso di individuare cinque macro categorie che racchiudono i principali fattori di stress antropogenici: dagli insediamenti umani (aree con densità di popolazione elevata e zone edificate sempre più vaste); all’agricoltura e all’allevamento intensivi; passando per l’estrazione mineraria e la produzione di energia, fino ai trasporti e all’infrastruttura elettrica. Per avere un’idea della dimensione del problema basti pensare che il 95% della superficie terrestre ha subito mutamenti per mezzo dell’attività umana.

Se da una parte la classe politica, odierna e passata, ha ignorato o trascurato gli avvertimenti della comunità scientifica, è incoraggiante che negli ultimi anni le nuove generazioni hanno dato nuova energia e visibilità al tema del climate change. Le mobilitazioni di strada non si sono fermate agli slogan o agli scioperi del venerdì ma hanno contribuito a creare una coscienza collettiva che ha spinto numerose associazioni, comitati e movimenti a mobilitarsi con diversi strumenti. Ad esempio, facendo causa ai propri governi, per denunciarne l’inazione di fronte alla più grande crisi che l’umanità è chiamata ad affrontare e spingerli ad azioni più ambizioseIn tutto il mondo cittadine e cittadini, mondo scientifico, attivisti e attiviste hanno chiamato in causa i loro Stati per difendere il diritto ad un clima stabile e il diritto fondamentale di vivere in un ambiente salubre.

È questo lo spirito con cui è nata Giudizio Universale, una campagna sociale per raccontare, promuovere e far conoscere la prima causa legale climatica in arrivo in Italia. Abbiamo incontrato e coinvolto piccole e grandi realtà associative lungo tutta la penisola per creare un fronte comune che chiedesse a gran voce giustizia. Obiettivo della causa è ottenere dallo Stato l’adempimento di tutte le obbligazioni climatiche assunte, al fine di contrastare efficacemente i cambiamenti climatici ed evitare conseguenze distruttive garantendo tutela del territorio e dei diritti di chi vi abita.