[05.10.2020 – di Francesco Paniè per Giudizio Universale] Senza un mandato politico e in una riunione a porte chiuse, oggi il consiglio di amministrazione del Meccanismo di sviluppo pulito dell’ONU (Clean Development Mechanism) si riunisce per prendere una decisione cruciale: allungare la vita al mercato del carbonio nato con il Protocollo di Kyoto, che avrebbe dovuto chiudersi quest’anno.

Il mancato accordo alla COP25 di Madrid nel 2019 ha impedito ai delegati dei paesi membri della Convenzione ONU sul clima di definire le regole del nuovo mercato delle emissioni, incardinato nell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi. Così, l’avvicendamento fra i due sistemi non è avvenuto in tempo, e con lo spostamento della COP26 al prossimo anno si è creato un vuoto. Il mandato del Clean Development Mechanism scade infatti alla fine del 2020, ma l’industria sta facendo pressioni sul consiglio di amministrazione per tenere attivo lo schema fino a che non entrerà in vigore il successore. L’International Emissions Trading Association (IETA), una lobby dell’industria che include fra i membri anche Eni ed Enel (oltre a BP, Shell, Total…), ha esortato i funzionari del board a “fare tutto ciò che è in loro potere e mandato per garantire il buon funzionamento del CDM” in attesa di un decisione politica dei paesi.

Ci sono diverse buone ragioni per essere preoccupati. Per chi ancora crede nei meccanismi di mercato come risposta al cambiamento climatico, estendere il CDM significa cedere alle imprese e ai paesi che beneficiano della debolezza di questo meccanismo per evitare riduzioni delle emissioni più controllabili e concrete. Se otterranno il prolungamento, questi attori saranno abbastanza forti da influenzare le trattative alla prossima COP in due possibili modi: potranno ammorbidire le regole dell’articolo 6 per ottenere un nuovo mercato del carbonio altrettanto fallimentare, o potranno decidere di bloccare direttamente il negoziato, perché coperti dal meccanismo di Kyoto trasformato in “zombie” da un cda senza il mandato per farlo.

Per chi invece è convinto che la crisi climatica vada affrontata con la regolamentazione diretta da parte degli Stati, la decisione dei dieci semisconosciuti tecnocrati che presiedono il CDM è un vero e proprio affronto.

I sistemi di mercato, infatti, hanno sempre promesso molto e realizzato poco, come dimostrano i dati. Il Meccanismo di sviluppo pulito, primo nel suo genere su scala internazionale, è nato con l’obiettivo di offrire alle imprese un metodo più economico per ridurre le emissioni. Con il Protocollo di Kyoto, infatti, l’industria ha ottenuto la possibilità di compensare l’inquinamento acquistando crediti di carbonio generati da progetti di “sviluppo sostenibile” nei paesi emergenti. Ogni investimento capace di evitare potenziali emissioni avrebbe permesso di trasformare la CO2 non dispersa in crediti di carbonio da scambiare sul mercato. L’idea era che questo meccanismo di cooperazione avrebbe da un lato dotato i paesi più poveri di tecnologie a basso impatto, dall’altro consentito alle industrie dell’emisfero nord di investire in paesi dove il costo era inferiore. Parte del progetto, inoltre, sarebbe stato ripagato dalla vendita dei crediti di carbonio ad altre società interessate a comprarli per compensare le proprie emissioni. Nel complesso, si sarebbe verificata una mitigazione complessiva del cambiamento climatico, cioè un calo netto dei gas serra dispersi in atmosfera.

Ma quando un dossier del 2016 redatto per la Commissione europea ha fatto il punto sui risultati raggiunti in dieci anni, ha scoperto che nell’85% dei progetti analizzati c’era una bassa probabilità che le emissioni fossero davvero addizionali e non sovrastimate. I valutatori del CDM, infatti, hanno sempre avuto la manica larga: nel tempo hanno dato il via libera a mega dighe in zone sismiche, impianti a biomassa e centrali a carbone, oltra a una serie di progetti di riforestazione e conservazione di aree naturali che hanno causato land grabbing e violazioni dei diritti umani. Nel frattempo, le emissioni globali sono sempre aumentate, eccetto una piccola parentesi imputabile alla crisi finanziaria del 2008. Al netto della recessione, però, è evidente che il perno del più importante accordo globale sul clima prima di Parigi era così malfermo che le aziende e i paesi industrializzati hanno potuto evitare un cambio di modello produttivo grazie a meccanismi di finanza creativa.

Questo fallimento totale ha fatto perdere al mondo due decenni di lotta contro il cambiamento climatico, e l’accordo di Parigi rischia di bruciare anche l’ultima occasione per cambiare rotta. Come principale meccanismo di implementazione, infatti, il trattato ha di nuovo un mercato del carbonio, questa volta ancora più onnicomprensivo. Potranno entrarci anche gli stati, acquistando crediti di carbonio da conteggiare poi nei loro obiettivi climatici. Questo rischia di falsificare ulteriormente impegni nazionali deboli e insufficienti, già viziati da un calcolo delle emissioni complessive che comprende gli assorbimenti operati tramite la fotosintesi dai pozzi di carbonio naturali come suoli e foreste. Se a questo trucco verranno aggiunti i nuovi crediti spazzatura, dovremo dire definitivamente addio ad ogni possibilità di una transizione reale e misurabile.