[di Cecilia Erba] Mercoledì 4 marzo la Commissione ha trasmesso al Parlamento e al Consiglio la propria proposta per la nuova Legge Europea sul Clima, che dovrebbe fornire il quadro legislativo per le politiche climatiche di lungo termine dell’Unione. 

La proposta arriva a seguito della Comunicazione sullo European Green Deal adottata alla fine dello scorso anno, e si inserisce all’interno del percorso e del dibattito sulla revisione delle politiche climatiche europee scaturito dopo la pubblicazione del Rapporto Speciale dell’IPCC sul Riscaldamento Globale di 1.5°C a ottobre 2018. 

Con quel Rapporto l’IPCC, il Gruppo Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, rispondeva a una precisa richiesta effettuata dai governi di tutto il mondo nel 2015, durante la ventunesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici), che ha portato all’adozione dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. L’Accordo di Parigi stabilisce infatti per tutti gli Stati l’impegno a mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei +2°C rispetto al periodo preindustriale, e a proseguire gli sforzi per non sforare la soglia degli 1,5°C. Proprio per poter disporre di basi scientifiche rispetto ai percorsi di riduzione delle emissioni globali compatibili con la soglia degli 1.5°C, nella decisione che adotta l’Accordo di Parigi si invitava l’IPCC ad elaborare un rapporto speciale in questo senso.

L’IPCC quindi nel 2018 concludeva che, per non andare oltre tale soglia, è necessario a livello globale ridurre le emissioni entro il 2030 di circa il 45% rispetto al 2010, e di raggiungere la neutralità entro il 2050.

La nuova proposta di legge presentata dalla Commissione si pone come obiettivo proprio il raggiungimento, all’interno dell’Unione Europea, di un livello di emissioni nette pari a zero entro il 2050. 

Già dagli intenti appare non abbastanza ambiziosa: se infatti questa è la conclusione dell’IPCC rispetto a quanto dovrebbe essere messo in atto a livello globale, l’Unione Europea dovrebbe mirare a tagli ben più radicali delle proprie emissioni per due motivi.  Innanzitutto per le responsabilità storiche dei propri Stati Membri che, con il proprio sviluppo industriale non controllato, hanno contribuito in maniera proporzionalmente maggiore rispetto ad altre aree del mondo alla crisi climatica in cui ci troviamo; in secondo luogo per le proprie maggiori capacità economiche e tecnologiche di adottare politiche ambiziose e velocizzare la trasformazione della propria società verso un modello più sostenibile. Quest’ultimo è un punto importante poichè l’Europa continua ad ambire a un ruolo di leadership “ora più che mai necessario” nella transizione globale necessaria per il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, rispetto ai quali si riconosce che i progressi effettuati finora sono insufficienti.

Ciò che preoccupa maggiormente è che la proposta di Legge non definisce un percorso preciso e degli step intermedi per il raggiungimento del target al 2050. Nel Rapporto Speciale del 2018, l’IPCC ha lanciato un messaggio molto chiaro: restavano (all’epoca) appena 12 anni per correggere il tiro delle politiche e misure in ambito climatico in modo da non oltrepassare la soglia degli 1,5°C. Non è sufficiente definire degli obiettivi di lungo termine: ciò di cui c’è bisogno è un taglio immediato e radicale delle emissioni, per non superare la quantità massima identificata dagli scienziati di gas serra che ancora possono essere immessi nell’atmosfera evitando un aumento eccessivo delle temperature, il cosiddetto carbon budget (già quasi esaurito). Nel memorandum della Commissione invece, si rimanda ancora a settembre la pubblicazione dell’attesa valutazione d’impatto per la revisione del target di riduzione delle emissioni del 2030, con il rischio molto concreto che non si riesca a raggiungere un accordo entro la prossima COP, che si terrà a Glasgow a inizio novembre, né tantomeno si prevedono obiettivi a più breve scadenza.

Come si legge nella lettera aperta inviata dai Fridays for Future alle istituzioni europee alla vigilia della divulgazione della proposta di legge, “zero emissioni nette al 2050 per l’Unione Europea equivale ad arrendersi”.

Se veramente, come si legge ancora nel memorandum, si vuole assicurare la tutela dei diritti fondamentali, l’unica soluzione è quella di basare le future politiche e obiettivi sulle evidenze scientifiche e sui principi della giustizia climatica. 

Solo così si potranno evitare le conseguenze più gravi e disastrose dei cambiamenti climatici e al contempo si potrà assicurare il rispetto dei diritti umani fondamentali e di tutti quei principi che movimenti, organizzazioni, attivisti e attiviste in tutto il mondo continuano a rivendicare.