[di Cecilia Erba] Mercoledì 13 febbraio 2020 il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa è stato chiamato a rispondere in Parlamento a un’interrogazione sull’allineamento delle politiche italiane ai target europei di riduzione delle emissioni di gas serra.  

Il governo italiano ha infatti, a inizio 2020 (in ritardo di 21 giorni rispetto alla scadenza stabilita a livello europeo), inviato alla Commissione il testo definitivo del Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC). Il Piano, come sottolineato dall’on. Stefania Pezzopane nella presentazione dell’interrogazione parlamentare, prevede il raggiungimento nel 2030 di una riduzione delle emissioni complessive italiane di appena il 37% rispetto al 1990. Se questo risultato è in linea con quanto previsto finora dalle norme europee, già dal 2018 è stato avviato un dibattito in seno alle istituzioni dell’Unione rispetto alla necessità di rivedere i propri obiettivi, dibattito che entro quest’anno dovrebbe portare alla revisione al rialzo dei target di riduzione delle emissioni.

A questo proposito, il Parlamento Europeo ha esplicitato, a partire dalla propria Risoluzione del 25 ottobre 2018, il proprio sostegno al taglio delle emissioni complessive europee di almeno il 55% rispetto al 1990 entro il 2030, mentre nella recente Comunicazione della Commissione sul nuovo Green Deal europeo, si parla di un piano per ridurre le emissioni di almeno il 50% e verso il 55%.
Durante il question time di mercoledì, Costa si è limitato a rispondere che i target italiani andranno rivisti quando sarà definito l’obiettivo a livello europeo, ma che il governo ci tiene molto alla questione climatica, come sarebbe testimoniato dai provvedimenti presi o in discussione come il decreto clima approvato lo scorso dicembre (che però non incide sui settori maggiormente inquinanti, come abbiamo commentato qui), gli investimenti green nei trasporti e nei comuni, e così via. 

Questa replica, a prescindere dalle valutazioni in merito ai singoli interventi, denota ancora una volta una mancanza plateale di visione d’insieme nella politica climatica italiana: promuovere misure e azioni in settori specifici senza una strategia complessiva che risponda in primo luogo ai dati scientifici inconfutabili e noti ormai da anni e che tenga in considerazione l’intero sistema Paese non porta a una reale efficacia e incisività delle politiche di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Ciò è comprovato dal fatto che, come ricordato in sede parlamentare dall’on. Chiara Braga, le emissioni italiane negli ultimi cinque anni sono rimaste sostanzialmente stabili e non sono diminuite, mentre sono sempre più evidenti e gravi le conseguenze dei cambiamenti climatici sul nostro territorio, tra bombe d’acqua, grandinate, temperature medie ed estreme al di fuori di qualsiasi media stagionale, ondate di calore e di gelo, scarsità idrica e incendi, e così via.

Gli obiettivi del PNIEC italiano appena varato risultano quindi già inadatti rispetto alla linea europea e da rivedere, dimostrando una scarsa lungimiranza da parte del governo nella definizione delle proprie linee strategiche, che diventa tanto più grave se si tiene in considerazione anche il fatto che, a prescindere dal dibattito UE, è da tempo che la comunità scientifica lancia l’allarme sull’insufficienza delle attuali politiche e misure adottate a livello globale e soprattutto dai Paesi più ricchi per far fronte alla crisi climatica. 

Già nel 2007 l’IPCC, il Gruppo Intergovernativo delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, raccomandava ai governi dei Paesi sviluppati di ridurre le proprie emissioni tra il 25 e il 40% entro il 2020 rispetto al 1990, per avere una buona probabilità di mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei +2°C rispetto al periodo preindustriale. Le misure previste dal governo italiano per il 2020 invece arriverebbero secondo le proiezioni del PNIEC a una riduzione di appena il 22% – e, secondo le rilevazioni di ENEA alla luce dell’andamento delle emissioni nel 2019, non arriveremo neanche a quella percentuale

Nel 2018, l’IPCC ha pubblicato il Rapporto Speciale sul riscaldamento globale di +1,5°C, che ha innescato il dibattito europeo menzionato sopra. Le conclusioni fondamentali del rapporto erano che, per evitare impatti disastrosi sugli ecosistemi e sulle società umane derivanti dai cambiamenti climatici, l’innalzamento delle temperature rispetto ai livelli preindustriali andrebbe limitato alla soglia di +1,5°C nel 2100. A questo scopo, le emissioni di gas serra dovrebbero essere ridotte in maniera drastica e immediata a livello globale: dimezzate entro il 2030 e neutralizzate nel 2050. Come l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, è tornato invece a denunciare nella decima edizione del Rapporto sulla riduzione delle emissioni pubblicata nel 2019, gli impegni presi dagli Stati in questo momento ci portano dritti verso un riscaldamento globale di oltre 3°C.

Davanti a quella che si configura sempre di più come una colpevole mancanza di volontà della politica italiana di intraprendere azioni realmente ambiziose per far fronte alla crisi climatica, abbiamo deciso di fare causa al nostro Stato e di lanciare Giudizio Universale, per chiedere la tutela dei diritti umani della popolazione e l’adeguamento degli obiettivi di riduzione delle emissioni a quanto richiesto dalla comunità scientifica.