[Cecilia Erba] Fight for climate justice! è il grido internazionale che si è levato dai milioni di giovani e meno giovani che hanno occupato le strade durante la settimana di mobilitazione per il clima di settembre: lottiamo per la giustizia climatica.

Ma cosa vuol dire, esattamente, giustizia climatica e perché è diventata una richiesta così pressante?

Lo scorso 9 ottobre, il Climate Accountability Institute ha pubblicato un nuovo set di dati che quantifica quanto le maggiori compagnie del carbone, del gas e del petrolio hanno contribuito all’innescarsi della crisi climatica in cui ci troviamo. Ne emerge che appena 20 imprese sono responsabili per oltre un terzo di tutte le emissioni di anidride carbonica e metano dal 1965 a oggi. Andando ad analizzare tutti i dati storici inoltre, si scopre come 103 compagnie di combustibili fossili hanno causato quasi il 70% di tutte le emissioni di gas serra dal 1751 a oggi.

Non stupisce allora che siano queste stesse compagnie che hanno cercato di nascondere l’entità del danno provocato, promuovendo una campagna di disinformazione miliardaria per negare la realtà dei cambiamenti climatici. Già nel 1978 infatti, un rapporto interno prodotto dal ricercatore di Exxon (al terzo posto nella tabella sopra) James Black avvertiva che se le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera fossero raddoppiate, le temperature medie globali sarebbero potute aumentare tra gli 1 e i 3°C rispetto ai livelli preindustriali: una stima in linea con quanto sarebbe emerso con decenni di ritardo dai rapporti dell’IPCC, il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Decenni che avrebbero potuto essere sfruttati per cambiare rotta in tempo senza raggiungere il punto di crisi in cui ci troviamo adesso, e che invece sono stati impiegati per evitare che fuoriuscisse la verità scientifica e continuare a inquinare facendo profitto. Un trend che continua tuttora, considerando che nei tre anni successivi all’Accordo di Parigi le cinque maggiori multinazionali del petrolio e del gas quotate in borsa (ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total) hanno investito oltre un miliardo di dollari in azioni ingannevoli e fuorvianti di lobby e di comunicazione legate al clima.

E basta questa informazione per individuare con certezza dov’è la falla del sistema che ci ha condotto all’attuale crisi e perché è così difficile scardinarla. Se chi è responsabile del riscaldamento globale detiene anche la maggior parte delle risorse economiche ed è in grado di influenzare mondo politico e opinione pubblica, appare evidente che c’è un problema di fondo che non attiene solamente alla questione climatica, ma che ha permesso l’instaurarsi rapporti di potere tali per cui pochi attori privati finiscono per decidere sul destino collettivo.

La realtà è che l’ingiustizia climatica è solo l’ultima delle numerose ingiustizie ambientali e sociali che negli ultimi anni si sono acutizzate senza trovare una soluzione, e che trovano il proprio fondamento nelle enormi disuguaglianze che sottendono e sostengono l’attuale modello capitalistico, patriarcale e razzista sempre più contestato nelle piazze di tutto il mondo.

Il movimento per la giustizia climatica porta infatti avanti richieste che in realtà sono trasversali, perché fa riferimento ai due concetti fondamentali di equità tra i popoli e tra le generazioni, così come al principio per cui chi inquina, ovvero chi è responsabile, paga.

Oggi invece, a pagare gli effetti dei decenni di crescita irresponsabile e di emissioni di gas serra riversate in atmosfera sono soprattutto le fasce più povere e meno tutelate della popolazione. Come analizzato in un recente documento di lavoro per le Nazioni Unite, la relazione tra cambiamenti climatici e disuguaglianze sociali è caratterizzata da un ciclo vizioso, per il quale i gruppi già in condizioni di svantaggio subiscono perdite sproporzionate a causa della loro maggiore esposizione ai rischi climatici e alla minore capacità di riprendersi dai danni. Tutto ciò non fa altro che esacerbare ancor di più le disuguaglianze, contribuendo alla diffusione sempre maggiore dello scontento e alla radicalizzazione ed estremizzazione delle fratture sociali.

Ciò che si rivendica invece chiedendo giustizia climatica è in fondo la tutela prioritaria dei diritti fondamentali e inalienabili di ogni essere umano, in primis quello alla vita.