Il 29 gennaio Giudizio Universale torna in tribunale, davanti la corte d’Appello di Roma. Inizia così la seconda fase del nostro contenzioso climatico, con lo stato di nuovo alla sbarra per non aver agito, per aver scelto di non intraprendere tutte le azioni necessarie a limitare gli effetti della crisi climatica nei territori.
Com’è andato il processo di primo grado? Dopo tre udienze, il 26 febbraio 2024 il Tribunale Civile di Roma ha dichiarato inammissibili le nostre richieste per difetto assoluto di giurisdizione. In altre parole, i giudici italiani hanno dichiarato di non essere competenti a decidere nel merito della questione. Una sentenza irricevibile, così abbiamo fatto ricorso alla corte d’Appello.
“L’Italia è indietro, rispetto ad altri paesi europei, per quanto riguarda la protezione dei diritti fondamentali travolti dall’emergenza climatica. Domani si celebrerà la prima udienza dinanzi alla Corte di Appello di Roma. Confidiamo che la Corte applichi correttamente i principi stabiliti dalla Corte di Strasburgo nel caso “KlimaSeniorinnen” e che quindi riconosca la propria giurisdizione decidendo nel merito la causa, segnando un importante passo avanti verso la giustizia climatica”, dichiara Luca Saltalamacchia, legale del contenzioso climatico ed esperto di climate litigation.
Le nostre richieste rimangono invariate: la Giustizia dovrebbe riconoscere che l’insufficienza delle politiche climatiche minaccia il pieno godimento dei diritti umani tutelati dal nostro ordinamento e, di conseguenza, dovrebbe imporre allo Stato italiano di rivedere al rialzo l’obiettivo nazionale di riduzione delle emissioni.
Mercoledì 29 gennaio la Corte d’Appello si pronuncerà sulla correttezza del ricorso, decidendo se ci sono vizi di forma o, al contrario, se la causa può andare avanti. Tra negazionismo, criminalizzazione di ogni tipo di attivismo e comunità colpite dagli eventi estremi, non possiamo permetterci il lusso di sopportare questo clima infame. Invertiamo il processo con la causa del secolo